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29/01/2008

African Rebel Music: Roots, Reggae and Dancehall (2006)

«Presenting hits from 10 countries African Rebel Music – Roots reggae and dancehall gives a first insight into the new reggae dancehall movement in Africa (24 page booklet). So far only two reggae artist have had real international success: Lucky Dube and Alpha Blondy. A new generation has long arrived but although many of them are stars at home and regulars in their local charts, this compilation is the first chance for most of them to release their music internationally. The East African Reggae Bashment Crew is a cooperation of two famous line-ups from East Africa: the duo Necessary Noize from Kenya and Bebe Cool from Uganda. They were nominated for one of the most important African music awards the Kora Awards in South Africa end of 2005 in the category Best African Reggae Group. Another highlight is Tiken Jah Fakoly from Ivory Coast who is no doubt the next reggae star to emerge from Africa. In 2005 he became the most successful reggae artist in France. The 994 Crew recorded the first dancehall track ever from Mauretania. […] Ethiopia pitches in the song ‘Shashamane on my mind’ in which Sydney Salmon praises a piece of land that was once given to the Africans in the Diaspora by Haile Selassie as a place for repatriation. Batman is one of the most popular dancehall artists from Ghana adding the newest style of music now rocking the nightclubs of Accra: raglife. Musicians like Dully Sykes, H2O, The Danfo Drivers, Peter Miles, Teba or Rebellion are the heroes of a new generation of African pop music, that has long surpassed the usual world music stars still being celebrated in Europe. The language is reggae and dancehall. The sound and lyrics of their music represent the feeling of an urban Africa in the 21st century.» (Out Here Records)

«African reggae has always been a hit-or-miss affair. While there have long been reggae artists working the local music scenes of South Africa, Mauritania, and Uganda, the continent has produced only two real international stars: Alpha Blondy (from Ivory Coast) and, even bigger, Lucky Dube (from South Africa). This compilation of tracks presents a wide variety of artists from such disparate locales as Mauritania, Ethiopia, Tanzania, Ghana, Nigeria, and Senegal, and it raises hopes for the future of African reggae while still revealing a pretty uneven musical landscape. On the evidence here, it appears that the most exciting developments are taking place in Nigeria: there's a subtle complexity to Mad Melon and Mt. Black's "Sinsemilia" that you wouldn't necessarily expect from a song by that title, and Bantu brings a nice hip-hop flavor to "One Vive One Flow, Pt. 2." In fact, there's quite a bit of hip-hop-reggae fusion going on here, as well as some fine Afrobeat/dancehall (courtesy of Peter Miles and Leo Muntu). There's also the odd sprinkling of political banality (Alif's "Wooyo") and musical banality (H2O's "African"), but overall this is an exciting and encouraging compilation. Recommended.» (AMG)

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30/12/2007

Ethiopiques 14: Gétatchèw Mèkurya - Negus of Ethiopian Sax (2002)

«L’avventura della musica etiopica moderna cominciò durante il regno dell’imperatore Menelik II (1889-1913). Quest’avventura, che da più di due decenni mi sforzo di studiare e di far conoscere, è strettamente legata all’influenza degli strumenti a fiato offerti al sovrano abissino dopo la vittoria di Adua. Nel 1897 lo zar di Russia, Nicola II, inviò in omaggio al vincitore e suo fratello nella fede ortodossa un kit completo per fanfara, ovvero una quarantina di ottoni. Fu così che nacque la prima banda imperiale. In occasione delle udienze diplomatiche o durante i gheber (banchetti offerti dall’imperatore a migliaia di convitati) la fanfara suonava con la stessa disinvoltura sia inni russi o francesi sia pezzi più leggeri come Frou-Frou o La casquette de père Bugeaud.

Nel 1924 Ras Tafari, principe reggente e futuro Hailé Selassié, decise di compiere un lungo giro diplomatico in Europa per celebrare l’ammissione dell’Abissinia nella Società delle nazioni. Allora, in piena epoca coloniale, era l’unico stato africano a far parte dell’organizzazione. Prima del suo viaggiò Ras Tafari andò in pellegrinaggio a Gerusalemme. La fanfara che l’accolse in Terra santa lo impressionò a tal punto che decise di assumerla affinché diventasse l’orchestra ufficiale dell’impero. Era una banda composta da quaranta armeni sfuggiti al genocidio turco del 1915. Gli Arba lijoch, i «quaranta ragazzi», sotto la guida del loro direttore reclutato al Cairo, l’armeno Kevork Nalbandian, diventarono così la prima orchestra ufficiale dell’impero. Nalbandian scrisse, su richiesta del reggente, l’inno nazionale etiopico e si sforzò di mettere insieme un repertorio fortemente “etiopizzato”, ispirandosi alle melodie tradizionali locali. Sotto il suo impulso, la musica etiopica “all’europea” s’impose nel paese. Alla vigilia dell’invasione italiana del 1935, i musicisti che facevano parte delle diverse bande ufficiali erano 250. Alla liberazione, nel 1941, Nerses Nalbandian, nipote di Kevork, contribuì enormemente allo sviluppo della musica etiopica moderna.

Sulla sua scia, altri direttori d’orchestra europei furono invitati nella capitale etiopica. […] Il viennese Franz Zelwecker, pianista e direttore d’orchestra, appassionato di jazz alla Glenn Miller, diede un contributo determinante a quello che negli anni sessanta sarebbe diventato il groove etiopico, caratterizzato dal ricco suono degli ottoni. Con i migliori elementi delle bande imperiali, creò la sezione “sinfonia jazz” dell’Orchestra della guardia d’onore, che comprendeva almeno dieci fiati. Lo swing mise radici in Etiopia con i suoi stereotipi, il suo profumo di modernità e la sua eleganza. Dal 1955 al 1974 – anno della caduta dell’imperatore – l’Etiopia visse due decenni musicali favolosi e singolari, la sua età dell’oro. Nel 1963 Addis Abeba, il cui nome significa “il fiore nuovo”, diventò la sede permanente dell’Organizzazione dell’unità africana (Oua). La città, creata nel 1880 da Menelik II, si trasformò in un centro cosmopolita grazie all’influenza esercitata da una nutrita comunità diplomatica.

Ancora una volta, però, non furono le musiche africane a incontrare il favore del pubblico, ma quelle provenienti dall’Europa e dagli Stati Uniti. Addis Abeba vide spuntare grandi alberghi e locali notturni dove esplose la nuova musica urbana etiopica, in cui si mescolavano melodie tradizionali, rhythm’n’blues e soul. Da Asmara radio Kagnew, l’emittente delle forze armate statunitensi di stanza in Etiopia, trasmetteva tutti i successi degli anni Sessanta, che da lì arrivavano ad Addis Abeba. Quello fu il periodo di un’inimmaginabile “swinging Addis”, versione africana della celebre “swinging London”. Il 1974 fu un anno funesto, in cui cominciò la lunga notte della dittatura di Mengistu: coprifuoco ininterrotto per diciotto anni, orchestre smantellate e musicisti in esilio, estetica ispirata al realismo socialista e censura. L’età dell’oro era finita.

Quel che resta di quella straordinaria avventura è una musica che, malgrado le influenze occidentali, ha sempre mantenuto una forte ispirazione nazionale e un carattere davvero originale. Basta ascoltare Getachew Mekurya, l’inventore del “sassofono shellela”. Questo gigante fisico e musicale ha saputo trasporre sul suo strumento gli shellela, i canti e gli urli d’incoraggiamento e di guerra tradizionali. A metà degli anni cinquanta Mekurya, che suonava nella Police Orchestra, si esibiva in violenti assolo degni del free-jazz, che hanno fatto di lui una specie di Albert Ayer etiope. I suoi connazionali, così sciovinisti, hanno capito immediatamente da dove veniva quella musica e l’hanno adottata nonostante le sue dissonanze puramente free. Grazie, Adolphe Sax.» (Francis Falceto, curatore della collana Ethiopiques per l’etichetta francese Buda Musique. Articolo originariamente apparso su Le Nouvel Observateur, tradotto per Internazionale, n. 659, 15/21 settembre 2006).

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